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MESCOLANZA

E’ mattina, mi sveglio affannato, una pressione sul petto. Gli occhi ancora farciti delle ultime nuvole di sogni. Un soffito bianco, la luce del mattino che filtra dagli scuri. Il tram che passa sotto la finestra; sono a Zurigo. Spengo la sveglia, mi stiracchio. E’ presto, nemmeno le sette. L’acqua calda scorre sulla pelle risvegliando lentamente le cellule e le molecole che mi compongono al ritmo monotono del rumore delle gocce che si schiantano sui vetri opachi. Scelgo a caso tra i vestiti, camicia-cravatta-pantaloni-calze-scarpe-giacca-soprabito-ipod-telefono-portafoglio-occhiali-badge-sigarette e sono in strada. Il tram col suo collage multietnico di facce e abiti e odori si fonde dolcemente sulle note mediterranee delle canzoni di Alessandra Belloni. La tarantella si mescola col profumo di caribe di due bambine con papa’. Prendo un caffe’ da trasporto e nel giro di dieci minuti eccomi ad attraversare il tornello e prendere le scale mobili.
Undicesimo “Ebene”, “Wabe” numero ginque, sezione FCIT. Non sono le otto, sono il primo. Mi siedo alla scrivania e accedo al sistema. Le solite mail da New York, i batch notturni che girano lisci come l’olio. Circa dieci milioni di transazioni che passano di mano da un server all’altro nel giro di un paio d’ore. Criptazione e decriptazione. I file di log che scorrono come una matrice sul mio monitor. Ieri sera ho iniziato ad implementare un Factory pattern per ottenere dei componenti UI in JSF in maniera abbastanza furba. Goose mi sta aiutando e col supporto da remoto di Frank sto facendo progressi molto velocemente. Non mi e’ ancora del tutto chiaro il concetto dei bind dinamici, ma mi sto’ applicando e mi muovo bene tra il codice.
Arriva W., solita faccia imbronciata e inespressiva. Un brontolio appena il collo incassato nelle spalle. E’ il mio capo. Mr Yes Man. Si scarica di dosso il peso ingombrante dei vestiti, deposita malvontieri il giornale sulla scrivania e si dirige come un automa verso la macchina del café. Il suo incedere ciondolante, le ossa e poco altro che si porta addosso con quei pantaloni dalla vita sempre troppo alta, la cintura che stringe una pancia che non c’e’.
Passa dietro la mia scrivania, si appoggia alla cassettiera e grugninsce un buongiorno. Immediatamente viene fuori con qualche cazzata che gli e’ venuta in mente o mentre andava a casa o mentre tornava al lavoro, qualcosa che dovrei assolutamente fare prima di domani, tanto per scombinare la mia agenda che non sia mai, potrebbe avere qualche buco.
Faccio finta come al solito di dargli retta per poi dimenticarmi immediatamente di quello che dice e dico. E’ una consumata commedia che si ripete ogni mattina come uno sbiadito watermark sulla filigrana che intesse la giornata. Entrambi sappiamo dell’inutilita’ di quello scambio, ma fa sentire lui piu’ responsabile e me un po coglione. Come una chimera ha una forma diversa a seconda di chi la osservi, un miraggio, ma questo e’ l’ordine delle cose che il suo essere svizzero gli ha insegnato nel corso degli anni e lui si applica ben volentieri a questo sistema di regole. Non che sia un’eccezione, anzi. E’ l’atteggiamento consapevolmente ipocrita della maggioranza dei miei colleghi. Non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi che un italiano possa in qualche modo saperne piu’ di loro. Non faccio nemmeno finta di assecondarli. Ogni volta che mi prestano il fianco colpisco duro come un jab sinistro al volto. Quei jab alla Mohammed Ali’, quelli che “E questo da dove cazzo arriva?” ti scorre in sovraimpessione come un sottotilo all'orizzonte che rotola via in quei lunghissimi decimi di secondo che separano l’impatto del guantone sulla mascella mollemente sguarnita e il duro colpo della schiena sul tappeto.
Un’attegiamento che non giova affatto alla mia popolarita’.
Alla spicciolata segue il resto della truppa, per lo piu’ senza nemmeno salutarmi si dirigono all macchina del caffe’ e spariscono in qualche salottino a chiaccherare delle loro cazzate o ad imboscarsi per le successive due ore.
Arriva A., saluta cortesemente, prende posto davanti a me. Gli dico di fare il check out del progetto per via di alcune modifiche che ho fatto al codice che ha versionato ieri. C’erano un po di imprecisioni e l’ho messo a posto. (Non sto nemmeno a dirgli che l’ho praticamente rifatto). C. arriva e nemmeno passa dalla scrivania, macchinetta del caffe’ e via col primo. L’orologio segna le nove e mezza, mi sembra che oggi possa riuscire a battere il suo record. Sembra una buona giornata, ieri sera abbiamo rilasciato in UAT. Il nervosismo e la tensione aleggiano per l’open space. W. e’ in conference call, CA arriva da Londra in un paio d’ore e alle due c’e’ il meeting con i clienti. Vogliono sapere come faremo a risolvere il problema di performance che si manifesta per alcune connessioni dall’estremo oriente. Dovremmo averlo risolto ma ci manca la prova sui dati reali. G siede con me in pair, stiamo smacchinando per lo piu’ isolati in una specie di capsula di serenita’. Stiamo facendo il nostro lavoro, lo sappiamo fare dannatamente bene. Ci pervade la tranquillita’ che ti prende quando fai qualcosa di estremamente difficile ma che sai fare da dio. Come un balletto sul ghiaccio sottile di un lago ghiacciato.
Sporadiche email passano sullo schermo e vanno. BAU, business as usual. Supplesse. Come una canzone di James Taylor. Velluto. Le mani scorrono veloci sulle tastiere, procediamo con l’abituale abilita’.
C. e’ arrivato al terzo caffe’ in un’ora e mezza.
E’ avanti sulla tabella del record. Se tiene il ritmo di uno a mezz’ora tempo le tre del pomeriggio e le mani gli tremeranno abbastanza che mentre si ravviva i capelli si fa anche la cotonatura.
Code-build-deploy-test, il ritmo veloce del lavoro che scorre come un treno che manco fosse la sezione ritmica di Johnny Cash. Telefona L da londra, conference. Abbandono malvonetieri la tastiera alle dita di G e mi dedico ad assecondare il mio pm. Riesco a sbrigarmela in poco meno di un’ora. Report sulle attivita’ e avanzamento del lavoro. Problemi, soluzioni, chiacchere. Il mio accento italiano smorzato dall’influenza newyorchese che si mescola con il suo inglese britannico in una piacevole cantilena. Pausa, sigaretta con G, chiacchere come un tappeto sul quale sedersi e rilassarsi. Ci lega uno strano rapporto ai limiti dell’amicizia. Abbiamo imparato a conoscerci negli ultimi mesi e lavoriamo bene insieme. Si ritorna alla console, affrontiamo un tratto abbastaza scosceso come una rapida durante la discesa in rafting di un fiume impetuoso. Dominiamo la navigazione. Test finale, va. Preparo la mail, disattivo il server e faccio il deploy della nuova versione. Test ad alto livello, sembra stare insieme. Mando la mail, l’ambiente e’ pronto e disponibile. Immediatamente W arriva alla mia scrivania, vuole controlare che tutto funzioni. Sorride come sempre quando gli tolgo un padulo dal culo. Nel giro di cinque minuti ha cercato di prendersi il merito del delivery, facendo la sua solita faccia stupita quando L un'ora piu' tardi gli dira' che deve solo chiedermi grazie. E vai, il primo jab della giornata e’ andato a segno magicamente.
C. e’ al quinto caffe’, uno giusto prima di andare a pranzo. Forse oggi ce la fa.
Anticipo con G. la pausa pranzo, dobbiamo avere tempo di finire un paio di cosette prima del meeting e integrare con il lavoro di A.
Scendiamo in mensa, come al solito prendiamo il wok, succo di mela e ci mettiamo in disparte a mangiare tracciando strategie per le prossime tre o quattro giornate.
Sigaretta mentre G. beve il caffe’ ed io il succo di frutta. Siamo pronti, oramai sono le due e C. ha messo a segno il settimo caffe’ della giornata; ne sono sicuro, abbattera’ il record. Deve solo resistere fino alle sei ed e’ fatta.
Sala riunioni del dodicesimo piano. Atmosfera soffusa in una stanza dominata da un grande tavolo ellittico di legno scuro, sei poltroncire per lato, uno schermo e una videocamera nascosta per la video-connessione con Singapore e New York, la luce bianca e neutra scivola asettica dal soffitto. Le persone arrivano in ordine sparso, cartelle che si aprono e rovesciano il loro contenuto sul piano lucido. Il mio portatile argentato che fa contrasto. La presentazione inizia, faccio scorrere le slides e le accompagno con parole veloci e sicure. Ieri sera abbiamo preparato lo show nei dettagli. Le cifre e i grafici si susseguono sulla parete tra dissolvenze ed animazioni. Occasionali domande da NY, commenti positivi da S’pore. Cambio scheramata ed inizia la demo. Stiamo camminando sul sottile filo di un rasoio. Non abbiamo avuto modo di provarla bene. Speriamo che regga. Tutto sembra filare come l’olio. Question time. Un director da NY fa una domanda a C., il secondo a salire sul carro dei vincitori. Cerca goffamente di prendersi il merito di una scelta strategica. Interviene CA, gli dice che non e’ il caso di procedere, che quella scelta l’abbiamo fatta io e lui tre settimane fa. Secondo jab della giornata, il secondo al tappeto. Spero che il colpo gli faccia venire voglia di un caffe’, c’e’ sempre il record da battere. Alle tre e mezza ho il briefing col gruppo di New York, una telefonata di mezz’ora e tutto e’ sistemato. Mi piace l’attitudine Americana, la stupefacente organizzazione che riescono a mettere insieme in cosi’ breve tempo. Una macchia quasi perfetta dove tutto gli ingranaggi conoscono il loro ritmo e danzano sincronizzati come un antico meccanismo ad orologeria. Unico problema, sono sempre un passettino avanti ed e’ dura per loro mettere mano al loro fantastico piano, a volte s’incazzano perche’ le cose vanno poi diversamente da quello che avevano cosi’ efficentemente descritto in un MSProject tre mesi fa. Curiosa attitudine.
Sembra uno schiocco di dita che sono entrato in ufficio, un’attimo appena, ma sono le cinque e C. ha smesso di bere caffe’, non va bene per niente. Con la notte fredda e invernale che precocemente ha velato il mondo esterno, l’ufficio prende quell’aria sonnolenta e stantia di trope notti passate al lavoro. Quando quella luce ti diventa familiare devi cominciare a porti qualche domanda. Domande sul presente, domande sul futuro. Immagini di mille altri posti dove vorrei essere in questo momento scorrono in background dietro alle istruzioni e al polimorfismo delle classi sul monitor. Un livello piu’ alto della mia coscienza sta codando con G., un livello piu’ profondo e calmo osserva e ascolta.
Cazzo, C. non ha intenzione di bere altro caffe’ e gliene mancano solo due per rompere il record e farmi guadagnare la cena. Abbiamo scommesso ed una scommessa e’ pur sempre una scommessa. Ultime righe di codice, siamo in dirittura. Sono le sette e mezza, G. evade fraudolentemente e scappa in albergo, domani deve rientrare a Milano e deve ancora paccare e c’e’ il backlog da compilare. Io domani mattina ho il volo per Londra, comincia lo show, si apre il sipario. Otto mesi di duro lavoro, una sfilza interminabile di rotture di coglioni, di richieste assurde ed illogiche arrivano al dunque. La resa dei conti.
Sbrigo velocemente le ultime incombeze e tra me e me eseguo a 100x I prossimi tre giorni fatti di terminal, dogane, hostess, lobby di albergo londinese, cameriere polacche nei bar dei docklands, agenti della security la mattina ed uffici che non conosco, cibo velenoso da evitare e chiacchere allo Starbuck di Canary Warf. Il flusso dei miei pensieri scivola leggero come le mie dita sulla tastiera mentre scrivo le ultim righe per le consegne che incombono, l’house keeping prima del rilascio.
Le nove, raggiungo G. al ristorante. Una buona bottiglia, una buona compagnia, una buona cena. Pago, ci alziamo e ci dirigiamo al Bar A Dox. Un paio di birre e le ultime chiecchere di lavoro ed altro prima dei saluti. Ci sentiremo piu’ o meno tutti I giorni, ma ci vedremo solo tra un mese a New York. Abbiamo lanciato un missile intercontinentale che impieghera’ quattro settimane a raggiungere il suo obiettivo e noi saremo li’, ad accoglierlo.
Compiti e task studiati al dettaglio, sincronizzazione, come direttori d’orchestra l’indomani daremo il via ad una serie di eventi che ne scateneranno altri e via cosi’ come un domino mostruoso e complicato.
E’ tardi, vado a casa.
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Into the blue...



Good old Windows!
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Working late....



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